Invisibile agli occhi. Disabilità cognitive e relazionali nella Rete
Abstract del seminario di Maria Grazia Fiore.
… Non ho desiderio di essere guarito da me stesso. Concedetemi la dignità di ritrovare me stesso nei modi che desidero; riconoscete che siamo diversi l’uno dall’altro, che il mio modo di essere non è soltanto una versione guasta del vostro. Interrogatevi sulle vostre convinzioni, definite le vostre posizioni. Lavorate con me per costruire ponti tra noi. (Jim Sinclair, 1998)

Un essere umano – ha scritto Andrea Canevaro – riunisce in sé numerose proprietà e funzioni. La mancanza di alcune di queste rende più difficile il riconoscimento che nell’altro a cui insegno o da cui imparo vi è qualcosa di me, e che siamo simili, al di là delle differenze di ruolo e di cultura, di storie esistenziali e di livelli di competenza…
Un riconoscimento che risulta essere tanto più arduo quando la relazione è costretta a fare a meno dei segni verbali o a mediarne quei significati che tutti diamo per scontati, inclusi quelli che ci permettono di interpretare “adeguatamente” (ossia in maniera strategicamente orientata alla socializzazione) tutti quei comportamenti e quelle ritualità che ci fanno sentire parte integrante di un tutto che accettiamo e da cui veniamo accettati.
L’impossibilità di non comunicare postulata da Paul Watzlawick ci rende animali simbolici, anche nostro malgrado. Anche quando, cioè, il nostro comportamento viene piegato ad una logica interpretativa “senza contraddittorio”, in cui è quasi palpabile, ad esempio, la tendenza a non riconoscere l’esistenza di un pensiero e di una mente in chi non può usare la voce o in chi non sa “leggere e scrivere con le lettere”.
Il diritto a comunicare, a ricevere messaggi in modo comprensibile e appropriato dal punto di vista culturale e linguistico, implica l’avere diritto a prendere parte attiva a quella narrazione collettiva che chiamiamo cultura, a quella rete di relazioni e di segni dentro cui si sviluppa la nostra esistenza e che definiamo società.
Di questa rete hanno parte stabilmente i segni verbali fonetici e grafici, ma ne può fare parte anche qualsiasi oggetto materiale e qualsiasi immagine mentale. Non ci sono oggetti materiali che non possono diventare segni. (A. Ponzio)
A differenza delle disabilità sensoriali, quando si parla di accessibilità del web si trascurano spesso quelle intellettive o relazionali: la variabilità di un deficit che non si caratterizza secondo una gradualità lineare, rende il “design for all” o progettazione per tutti (ribadito dalla Convenzione Onu sui Diritti delle persone con disabilità – Crpd – recepita dal governo italiano con la legge 18/2009) particolarmente complessa da attuare.
Complessità, a mio parere, in parte imputabile ad una concezione ancora troppo gutemberghiana del web, in cui si riverberano sia la predominanza del testo scritto come supporto percettivo per l’insegnamento, sia la scarsa attenzione dedicata alle strategie cognitive di chi apprende (il più delle volte costretto ad adeguarsi a quelle di chi insegna).
Predominanza che ci fa ricorrere alle immagini soprattutto per puntellare la comprensione verbale, trascurando la loro importanza come codice autonomo e alternativo *in chi le privilegia per acquisire e rievocare informazioni e contenuti di conoscenza.
Approfondire la ricerca in tale direzione può forse aiutarci a comprendere il reale significato di quella emigrazione della mente dalla testa verso lo schermo di cui parla de Kerckhove, aiutandoci al contempo a scoprire nuove abilità sociali di cui soprattutto i neurotipici sembrano sprovvisti.

